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11/9: ancora lontani dalla verità/ Anche la portavoce dei parenti delle vittime denuncia l’insabbiamento

di Enrica Perucchietti.

Se anche la portavoce dei parenti delle vittime denuncia l’insabbiamento della verità della Pearl Harbour del 2001. Un’opportunità per legittimare l’espanionismo americano e le guerre in Afghanistan e Iraq

Monica Gabrielle

Nel giorno del decimo anniversario dell’11 settembre l’appello della portavoce dei parenti delle vittime stride stonata dal coro di coloro che per l’occasione si sono spesi tra commemorazioni giornalistiche e celebrazioni ufficiali. Se fosse stato chiunque altro a scagliarsi contro l’eterno rituale del ricordo falsato degli avvenimenti di dieci anni fa sarebbe stato liquidato come l’ennesimo complottista. Invece la voce di Monica Gabrielle risuona colma di amarezza nell’intervista rilasciata a Paolo Mastrolilli per La Stampa. Ma non è la prima volta che la donna si scaglia contro la versione ufficiale dell’11/9: «Non voglio passare per una lunatica che farnetica di cospirazioni. Però la commissione d’inchiesta sull’11 settembre ha posto domande rimaste senza risposta, e si è lamentata che molti testimoni hanno mentito. Ad agosto erano suonati campanelli d’allarme, che nessuno ha ascoltato: possiamo credere a Condoleeza Rice, quando dice che gli attentati ci hanno colti di sorpresa?». Ovviamente no, secondo una retta ricostruzione dei fatti.

Fuori dagli USA – dove una buona fetta dei cittadini americani non crede nella versione ufficiale della tragedia -, non ci stancheremo mai di far capire che cercare la verità – a costo del prezzo che essa comporta – non significa tradimento. Nessun tradimento del ricordo delle 3000 vittime. Nessun tradimento nel confronto di un Paese che è stato ridotto in ginocchio. Ma non possiamo nascondere sotto il tappeto la spirale di violenza che è seguita alla Pearl Harbour del 2001. L’invasione dell’Afghanistan, poi la guerra in Iraq. Dieci anni di violenza, devastazioni, morti. Due Paesi ridotti alla polvere, per una vendetta che è stata asservita agli interessi economici delle multinazionali del petrolio e agli appalti miliardari edili che annoverano nei loro consigli di amministrazione componenti del Governo americano – e non solo. Due piani di invasione che esistevano già prima dell’attacco al World Trade Center.

Zbigniew Brzezinski

Non sono farneticazioni ma fatti. Come le parole del mentore di Obama, già consigliere di Jimmy Carter, lo stratega politico Zbigniew Brzezinski, che nel 1997 auspicava una nuova Pearl Harbour che compattasse l’opinione pubblica americana com’era stato nella Seconda Guerra Mondiale, in modo da legittimare la prosecuzione dell’espansionismo americano. Ne La Grande Scacchiera Brezezinski teorizzava la necessità della creazione di «una minaccia esterna diretta largamente e fortemente percepita» in modo da piegare la riluttanza degli americani a sostenere un nuovo impegno bellico. Solo dopo Pearl Harbour, infatti, il popolo americano si era dimostrato ansioso di entrare in guerra, così come avrebbe fatto con gli occhi e la mente ancora annebbiati dalla polvere delle macerie del WTC alla fine del 2001 quando si iniziò a bombardare Kabul per vendicare la connivenza del regime talebano con Al Qaeda. In nessun altro modo la Casa Bianca avrebbe potuto giustificare l’invasione dell’Afghanistan. Per legittimare il piano d’attacco c’era bisogno di piegare il consenso pubblico, riluttante a intraprendere un conflitto inutile per la causa democratica. Ma molto utile, invece, per l’espansionismo americano e le casse delle lobby. C’era bisogno di un fatto tragico che compattasse l’opinione pubblica spingendola ad accettare di sostenere un importante prezzo in termini di spese belliche e di sacrificio di vite umane.

La tecnica dei false flag, delle false operazioni per scopi geopolitici è vecchia quanto l’arte bellica. Lo psyop, ovvero l’operazione per influenzare le masse, per piegare l’opinione pubblica al consenso, è ovviamente più recente: dal Vietnam alla falsa notizia dell’esistenza di armi di distruzione di massa in Iraq, il Pentagono ha lasciato una lunga scia di menzogne nel suo operato. In questo senso, come ricorda David Gray Griffin, «Quando si verificarono gli attacchi dell’11 settembre, vennero trattati come una nuova Pearl Harbour. David Rumsfeld disse che l’11 settembre aveva creato “il genere di opportunità offerta dalla seconda guerra mondiale per rimodernare la guerra”. Anche il Presidente Bush e Condoleeza Rice parlarono dell’11 settembre in termini di opportunità. E in effetti si creò l’opportunità di soddisfare quelle che per i neocon erano le condizioni essenziali per costruire la Pax Americana: l’11 settembre permise all’amministrazione Bush-Cheney di attaccare l’Afghanistan e l’Iraq; di dare inizio alla trasformazione tecnologica dell’esercito; di ottenere un enorme incremento delle spese belliche e di dichiarare, con scarsa opposizione, la nuova dottrina della guerra preventiva, divenuta nota come la “dottrina Bush”».

Il conflitto di interessi all’interno della Commissione che si occupò di accertare la versione ufficiale sull’11/9 è noto solo negli USA. Pochi sanno ad esempio che il direttore esecutivo della Commissione, Philip Zelikow, era di fatto un membro dell’amministrazione Bush-Cheney, che aveva lavorato con la Rice nel Consiglio Nazionale di Sicurezza e poi con questa alla stesura di un saggio; infine che era stato nominato da Bush jr come membro del Comitato di consulenza presidenziale sull’intelligence estera. Come si poteva pretendere che Zelikow accertasse o meno la responsabilità della Casa Bianca negli attacchi, se ne rappresentava invece le veci?

L’insabbiamento della verità è molto più esteso di quanto ingenuamente si pensi.

Che cosa è cambiato in questi dieci anni, con il passaggio di consegne da Bush a Obama?

Ce lo spiega ancora una volta la portavoce dei parenti delle vittime, Monica Gabrielle: «è cambiato il tono, tutto qua». E infatti quello che si era presentato sulla scena politica come un Messia multietnico che noi abbiamo premiato a priori con un Nobel per la Pace ha non solo proseguito il piano intrapreso dalla passata amministrazione, ma con la Francia ha manipolato le rivolte arabe dando origine a quella che lo stesso Obama ha liquidato come una “non guerra”, ovvero il conflitto in Libia. Dopo mesi di combattimento, ancora lungi dall’essersi conclusa, la guerra sul suolo libico lascerà spazio, dopo la detronizzazione di Gheddafi, a un lungo e sanguinoso conflitto civile interno per la conquista del potere. I ribelli, divisi tra quelli di Bengasi e i berberi delle montagne, non conoscono il significato del termine “democrazia” che sbandierano. Solo un occidentale può illudersi che il Medio Oriente possa trovare pace dopo la destituzione dei vari Mubarack, Ben Ali, Gheddafi. Solo un occidentale può credere che in quei Paesi verranno costituiti governi democratici di stampo nostrano.

Se la verità giace sepolta, la strada per la libertà è ancora lunga…

Pubblicato:  11 settembre 2011 10:45

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