Tra ghiacci e radar, la Groenlandia non è solo una distesa bianca: è un crocevia silenzioso dove si incrociano interessi, rotte e ambizioni globali. Capirla significa guardare una mappa e sentire un futuro che bussa alla porta.
La Groenlandia è la più grande isola del pianeta. Si stende tra Atlantico e Artico. Ha oltre 2,1 milioni di km² di superficie e circa 56 mila abitanti. L’80% è coperto da ghiaccio. Fa parte del Regno di Danimarca con ampio autogoverno, capitale Nuuk. È geografia che detta politica.
Alzi lo sguardo nella notte polare. Una cupola bianca spunta nel buio. Siamo a Pituffik, l’ex base di Thule. Qui i radar scandagliano il cielo, i satelliti ascoltano. È un promemoria: dove finisce la cartolina, inizia la strategia.
La posizione è un ponte. La Groenlandia si affaccia sul corridoio GIUK gap (Groenlandia–Islanda–UK), snodo per le marine NATO. Controllare questo varco significa vedere prima, muoversi prima. Non a caso gli Stati Uniti mantengono qui un sistema di allerta precoce missilistica e di sorveglianza spaziale.
Il cambiamento climatico rimodella le mappe. Le estati più lunghe assottigliano il pack. Le rotte artiche stagionali diventano più praticabili. Meno ghiaccio significa più traffico, più ricerca scientifica, più logistica. E nuove vulnerabilità.
Sotto il permafrost riposano ricchezze naturali: potenziali giacimenti di terre rare, zinco e piombo (Citronen Fjord), ferro (Isua), corindoni e rubini (Aappaluttoq). La pesca di gamberi e halibut pesa sul PIL come pochi altri settori. L’interesse per petrolio e gas è stato alto, ma nel 2021 le autorità hanno bloccato nuove licenze di esplorazione e imposto limiti severi anche all’uranio. La bilancia pende tra opportunità e cautela ambientale.
E allora, perché un presidente americano dovrebbe volerla “comprare”? Qui entra la combinazione rara di fattori: sicurezza nazionale, approvvigionamento di minerali critici, accesso alle rotte artiche, competizione con Russia e Cina.
Washington ha storia lunga nell’area: dopo la Seconda guerra mondiale ci fu un’offerta formale d’acquisto; nel 2019 Donald Trump rilanciò pubblicamente l’idea, poi naufragata tra irritazione diplomatica e ironie. Ma l’istinto strategico dietro la proposta era chiaro: consolidare un avamposto chiave, ridurre dipendenze esterne per le catene dei minerali critici, presidiare la frontiera polare.
Sul piano legale e politico, un “acquisto” oggi è irrealistico senza il consenso dei groenlandesi e di Copenaghen. Il principio di autodeterminazione pesa. La società locale discute sviluppo e sostenibilità con pragmatismo: posti di lavoro sì, ma non a qualsiasi costo. Il mare si scalda, gli ecosistemi cambiano, le comunità inuit chiedono che la ricchezza non eroda identità e territori.
Resta un fatto: la posizione strategica non si sposta e le risorse non scompaiono. Gli Stati possono non dirlo a voce alta, ma lo si legge nelle piste allungate, nei cavi sottomarini posati, nei fondi per ricerca e porti. Che si chiami acquisto, partnership o cooperazione, tutti trattano la Groenlandia come un perno.
C’è un’immagine che non mi lascia: un peschereccio che rientra a Nuuk al tramonto, montagne di ghiaccio sullo sfondo e un container con sensori nuovi sul molo. È questa la domanda aperta: sapremo far convivere scienza, difesa e comunità in un luogo che, per molti, è ancora solo bianco sulla mappa?