Giornalisti in sciopero: perché oggi molti siti e giornali si sono fermati

Homepage ferme, edicole più vuote del solito, notifiche che non arrivano. Oggi l’informazione rallenta di colpo: non è una dimenticanza, è una scelta

Stamattina molti hanno aperto i siti preferiti e hanno trovato poco o niente. Su tutti campeggiava un comunicato che annunciava lo sciopero dei giornalisti per il contratto collettivo che è scaduto 10 anni fa.

Sciopero giornalisti
Giornalisti in sciopero: perché oggi molti siti e giornali si sono fermati – ildemocratico.com

Il punto non è romantico. È concreto. Dietro una pagina che non si aggiorna c’è una redazione che corre da anni. Turni lunghi, chat che non dormono mai, lavorazione su multipiattaforma. Eppure stipendi fermi, carriere in stallo, precarietà che diventa norma. A un certo punto, o si discute o si crolla.

I e le giornaliste scioperano per il rinnovo del contratto nazionale. L’ultimo è scaduto nel 2016. Nel frattempo i carichi sono esplosi; le retribuzioni no. L’inflazione ha mangiato i salari. La sensazione diffusa è che il mestiere si regga su forzature: forfettizzazioni aggressive, collaborazioni interminabili, responsabilità crescenti senza adeguamento.

C’è anche un tema di principio. Una stampa davvero libera nasce da lavoro pagato il giusto. Lo dice la Costituzione: articolo 21 per la libertà, articolo 36 per la dignità economica. Senza basi solide, la “qualità dell’informazione” è una promessa a metà.

I sindacati puntano il dito sugli editori: secondo loro scaricano i costi sulla collettività. Citano cifre precise. Tra il 2024 e il 2026 arrivano circa 162 milioni di contributi pubblici legati alle copie cartacee vendute. Nello stesso biennio altri 66 milioni coprono 1.012 prepensionamenti. Tra il 2022 e il 2025 il risparmio sull’acquisto della carta tocca i 154 milioni. E per le tecnologie innovative, altri 17,5 milioni fino al 2026. Per i cronisti, questi sono “privilegi” che non si riflettono su buste paga e tutele.

La replica degli editori

La FIEG risponde con un’altra fotografia. Le copie vendute sono crollate: da 2,5 milioni nel 2016 a poco più di 1 milione oggi. I ricavi si sono dimezzati in dieci anni. I fondi pubblici — dicono — hanno evitato tagli drastici e sostenuto il pluralismo dell’informazione. Aggiungono che i soldi per i prepensionamenti non “vanno alle aziende”, ma finanziano direttamente l’uscita anticipata dei giornalisti.

Il contesto non aiuta. Le piattaforme digitali drenano attenzione e pubblicità con contenuti gratuiti, spesso senza responsabilità editoriale. Intanto l’intelligenza artificiale accelera i processi e cambia le redazioni. Per gli editori, la priorità è “modernizzare” il contratto: più flessibilità sui ruoli, riconoscimento delle nuove mansioni, un aumento economico sostenibile. Sostengono che gli “automatismi” salariali già coprono parte dell’inflazione. E giudicano lo sciopero poco utile, oggi.

Chi ha ragione? Alcuni numeri coincidono, ma le letture divergono. Una cosa però è chiara: senza un patto vero sul lavoro, nessuna innovazione regge. Non ci sono dati pubblici univoci su ogni voce di costo-ricavo e su come si traducono in stipendi: serve trasparenza, più che slogan.

Quando l’informazione si ferma, ci accorgiamo del suo peso. La notizia non è solo cosa leggiamo: è come nasce, quanto costa, chi la garantisce. Oggi i siti tacciono per ricordarcelo. Domani, davanti a una homepage che scorre veloce, saremo disposti a riconoscere il valore di chi la tiene accesa?

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